Internazionalizzazione: percorso necessario per il made in Italy

Strategie di internazionalizzazione per PMI: come realizzare il connubio perfetto tra le specificità dei propri prodotti made in Italy e le esigenze dei nuovi mercati esteri da conquistare.

Avviare un percorso di internazionalizzazione per le imprese italiane rappresenta oggi un vero e proprio must. L’ascesa dei mercati emergenti ha sancito la nascita di un nuovo ordine economico globale, con un conseguente cambiamento delle dinamiche economico-commerciali che si muovono all’interno di esso e una nuova concezione di fare business, volto all’avvio di un percorso di espansione all’estero.

Le sfide legate alla crescita di tali mercati si accompagnano anche a notevoli opportunità, derivanti dall’allargamento della classe media mondiale: gli ormai famosi BRIC, così come i più recenti Next Eleven, si configurano sempre di più come mercati di sbocco dalle enormi potenzialità.

Le nostre piccole e medie imprese, che costituiscono la spina dorsale del made in Italy, devono cambiare mentalità per poter rimanere al passo con i tempi e non perdere in termini di competitività in un contesto sempre più globalizzato.

I nostri punti di forza sono riconosciuti in tutto il mondo e nonostante le difficoltà attuali, il brand Italia non smette di essere di moda: il paradosso consiste dunque nel fatto che i nostri prodotti sono richiesti e continuano a godere di buona popolarità, ma a causa di limiti strutturali ed economici, le aziende italiane non sempre sono in grado di fare l’opportuno salto di qualità.

Aprirsi ai mercati emergenti è un processo inevitabile, e per farlo è necessario ragionare in ottica strategica, individuando nuove formule e riconsiderando le strategie di espansione commerciale.

Nello scenario attuale di interdipendenza economica, per servire i nuovi mercati bisogna creare i presupposti per l’accesso e le condizioni per una permanenza duratura: per intraprendere questo percorso, le PMI non possono più pensare solo alla esportazione come strumento di ampliamento del proprio business, ma devono ragionare in una ottica diversa, ovvero internazionalizzare le proprie attività.

Sviluppare e proporre il proprio prodotto in un determinato mercato, mantenendone le specificità ma adattandolo anche alle particolari esigenze del Paese di destinazione, rappresenta la modalità più corretta per presentarsi in maniera vincente sul panorama internazionale e affrontare l’agguerrita concorrenza estera che diventa ogni giorno sempre più forte.

Per far ciò è necessario avere una presenza diretta nei mercati in cui si intende operare: l’impresa odierna se vuole sopravvivere e competere a livello globale deve essere in grado di garantire un presidio, al fine di soddisfare l’enorme numero di nuovi clienti e consumatori, situati in altre parti del mondo.

Expo 2020, i 10 megaprogetti che sconvolgeranno Dubai

Gli emiri stanno costruendo il nuovo grattacielo più alto del mondo, una città grande come Torino e un aeroporto da 240 milioni di viaggiatori

L’obiettivo dichiarato degli emiri di Dubai è di concludere i cantieri dell’Esposizione universale 2020 con un anno di anticipo. Il traguardo è fissato all’ottobre del 2019, così gli emiratini avranno dodici mesi di tempo per le finiture. Il sito è ancora una spianata nel deserto, ma due giorni fa il comitato organizzatore ha comunicato che entro la fine dell’anno assegnerà 47 contratti per la costruzione di Expo. Valore complessivo: 3 miliardi di dollari. Finora l’unico appalto di peso assegnato è quello per la rete di infrastrutture sotterranee, come tubature dell’acqua, fibra ottica, elettricità, vinto dalla joint venture tra gli egiziani di Orascom e i belgi di Besix, per 544 milioni di dollari.

Tuttavia il sito di Expo è solo uno dei mega-progetti che Dubai e i vicini di casa degli Emirati arabi uniti intendono consegnare entro il 2020: un treno hyperloop, un aeroporto da 160 milioni di passeggeri l’anno, il futuro grattacielo più alto del mondo, solo per citarne alcuni. È lungo il catalogo faraonico di costruzioni avveniristiche e roboanti, come la città di Aladino, che hanno come traguardo l’inaugurazione di Expo.

Negli scorsi decenni gli emiri sono stati capaci di coprire di cemento il deserto in poco tempo. Tuttavia l’ultimo piano ciclopico, quello di Masdar City, la città “emissioni zero” che si alimenta della sola energia del sole, è in ritardo e la conclusione dei lavori, fissata allo scorso anno, è slittata al 2030. “A Dubai si contano 400 progetti di energia verde per un controvalore di 64 miliardi di dollari – spiega Gianpaolo Bruno, direttore dell’ufficio di Dubai dell’Istituto per il commercio estero -. Di questi 160 valgono più di 100 milioni di dollari”.

Questa febbrile corsa al record ha un prezzo e non solo in termini di denaro. L’organizzazione non governativa Human Right Watch denuncia le condizioni di lavoro della manovalanza nei cantieri: operai sottopagati, ricattati, sistemi in casupole precarie. Spesso i datori di lavoro sequestrano i passaporti degli immigrati (sopratutto da Pakistan, Bangladesh e Sri Lanka) e se i lavoratori tentano di far sentire la loro voce, interviene la repressione dello Stato. La filiera dell’oro, di cui Dubai è una piazza di scambio globale, sfrutta il lavoro minorile. E gli emiri usano lo stesso pugno con chi muove una critica al loro operato. Nessuna opposizione è contemplata nel deserto che sogna di diventare la metropoli del futuro: in pochi anni gli Emirati vogliono cambiare faccia con dieci mega-progetti.

Sito Expo

L’Esposizione universale di Dubai 2020 si intitola Connecting minds, creating the future (Connetterre le menti, creare il futuro) ed è la prima che si svolge in Medioriente. Gli emiri si attendono 25 milioni di visitatori dal 20 ottobre 2020 al 10 aprile 2021, di cui il 70% dall’estero. Cantieri, gestione del sito e indotto genereranno 277mila posti di lavoro, il 40% dei quali nel turismo, e il Fondo monetario internazionale stima un aumento del Pil degli Emirati nell’ordine del 2%-3%. Il sito costerà 8 miliardi di euro e dopo l’Expo sarà trasformato in università e centro di ricerca. Una metropolitana sotterranea collegherà i padiglioni. Il villaggio dei delegati sarà una cittadella con tremila appartamenti, 1.500 stanze di albergo e undici parcheggi.

L’aeroporto Al Maktoum

Abu Dhabi e Dubai distano circa un’ora e mezza di strada l’una dall’altra. Tuttavia gli emiri hanno deciso di investire sull’aeroporto Al Maktoum di Dubai, che sorge a fianco del sito di Expo, e farne uno scalo internazionale. I lavori si articoleranno in due fasi e costeranno 32 miliardi di dollari. Il Dubai World Central avrà cinque piste da 4,5 chilometri l’una. Le previsioni per la prima fare sono di 120 milioni di passeggeri l’anno, poco meno dell‘intero traffico degli scali italiani nel 2016 (dato Assaeroporti). Al termine lo scalo potrà contenere fino a 240 milioni di passeggeri. Il progetto è così ambizioso che Sace, la compagnia pubblica che assicura le commesse italiane all’estero, ha aperto una linea da un miliardo di euro. La statunitense Lane, controllata dalla romana Salini Impregilo, si è già assicurata l’appalto per la recinzione.

Dubai South

Se le tremila abitazioni dell’Expo village non fossero sufficienti, Dubai sta progettando un’intera nuova città a sud dei padiglioni dell’evento. Dubai South, il nome del centro, che gli emiri vogliono trasformare nella “città della felicità”. Una sorta di prova su strada di tecnologie e confort che dovrebbero migliorare la vita di chi abita nelle metropoli. L’obiettivo è di allentare la congestione del traffico sulla città vecchia, offrendo a un milione di persone casa in un nuovo quartiere di 145 chilometri quadrati. Per intenderci, gli emiri stanno costruendo una nuova città grande poco più di Torino, appiccicata al nuovo aeroporto e all’Expo. Alcune case sono già in vendita. Prezzo di partenza: 76mila dollari.

Treno Hyperloop

In attesa che gli Stati Uniti prendano posizione, Hyperloop, la compagnia dei treni a levitazione magnetica, ha trovato negli Emirati arabi i finanziatori per una prima rete ferroviaria iperveloce. Alla fine dell’anno scorso la società legata a Elon Musk ha annunciato che costruirà una linea Hyperloop in Medio Oriente. Per andare da Abu Dhabi a Dubai serviranno 12 minuti. Dodici minuti per 157 chilometri. I 1.100 chilometri verso Rihad si copriranno in 48 minuti e altri 23 minuti per i 700 chilometri per Doha. Le capsule a levitazione magnetica possono viaggiare fino a 800 chilometri orari. Il progetto per ora non ha una data di consegna, ma il traguardo di Expo è allettante.

Torre Calatrava

A ottobre sono state gettate le fondamenta della torre di Santiago Calatrava, il prossimo grattacielo più alto del mondo, che erediterà il titolo dal vicino Burj Khalifa. La costruzione supererà di una “tacca” gli 828 metri del gigante emiratino e sarà retta da un intricato sistema di tiranti. La guglia infinita si staglierà al centro di due palazzoni che faranno da quinte scenografiche e al centro di una giungla di grattacieli anonimi. La torre di osservazione si colloca al centro di un intervento urbanistico più esteso, quello del Creek Harbour. Sei milioni di metri quadri sul fronte del porto saranno trasformati in un nuovo quartiere della città entro il 2020. Per Expo Calatrava firmerà anche il padiglione degli Emirati arabi, a forma di falco.

Città di Aladino

A poca distanza dal Creek Harbour, 450 metri per la precisione, sorgerà Aladdin City. Il complesso di case e centri commerciali adagiata sull’acqua è ispirato alle favole di Aladino e di Sinbad. La costruzione dei fabbricati, valore 500 milioni di dollari, è cominciata l’anno scorso e dovrebbe completarsi entro il 2018. La città di Aladino si aggiunge alla serie di interventi sul fronte mare, come gli arcipelaghi a forma di palma che sono sorti intorno a Dubai. Là dove oggi si trovano le banchine del porto, per l’Expo gli emiri sognano di veder brillare tre torri costruite come palafitte. La forma a cipolla e il rivestimento dorato potrebbero ricordare, con un po’ di immaginazione, la lampada di Aladino, da cui il nome del progetto.

The Frame

Quante volte viene da dire, davanti a un tramonto mozzafiato sul mare, a una catena svettante di monti o alla distesa formicolante di una città, “Che paesaggio da incorniciare”. Gli emiri hanno preso la frase alla lettera e hanno sborsato 43,5 milioni di dollari per un edificio a forma di cornice, da cui il nome inglese di The frame, nel parco di Zabeel. Le due torri, alte 150 metri, sono collegate da un ponte di 100 metri, con caffè e belvedere panoramico, per scattare foto alla Dubai vecchia e ai nuovi quartieri. I costruttori si attendono oltre due milioni di visitatori l’anno.

Mall of the World

Sarà il centro commerciale più grande al mondo, anche se il progetto è stato ridimensionato. Per intenderci, contavano di costruire 100 alberghi all’interno, ne realizzeranno 80. Gli emiri presentano il futuro Mall of the World come la più grande città pedonale a temperatura controllata, visto che sarà condizionata 24 ore su 24 come tutti gli interni di Dubai, se si vuole sopportare l’arsura del deserto, ma nei fatti è il riconoscimento di uno dei titoli della città. “E’ la seconda destinazione per shopping al mondo dopo Londra”, spiega Giovanni Bozzetti, fondatore dello studio Efg Consulting ed esperto dei Paesi del Golfo. Il progetto coprirà un’area di poco meno di otto milioni di metri quadri e sotto la grande cupola di vetro al centro ospiterà un parco divertimenti, oltre a cinema multisala, uffici, ristoranti e una serie di teatri dove gli emiri vogliono mettere in scena il meglio del cartellone di Broadway e del West end.

Musei

Dell’indotto turistico dell’Expo di Dubai contano di beneficiare tutti gli emirati. Specie Abu Dhabi, se il treno hyperloop realizzerà collegamenti in dodici minuti tra le due città. Anche Abu Dhabi è in fase di espansione e l’isola di Saadiyat è il fulcro dei cantieri. Qua sorgeranno tre musei: un polo distaccato del Louvre, dove saranno ospitate a rotazione opere delle gallerie francesi; una versione gigante del Guggenheim; il Zayed museum, sulla storia degli emirati. Tutti i palazzi hanno firme altisonanti: il progetto del Louvre è opera di Jean Nouvel, Frank Gehry ha curato il secondo e Foster + Partners il terzo. Sorgerà anche un centro per le arti su disegno di Zaha Hadid e Tadao Ando ha progettato il museo del mare. Sulla barca delle archistar non manca più nessuno. Solo per il Louvre, tra costruzione e diritti sul nome in concessione, gli emiri sborseranno oltre 1,3 miliardi di dollari. L’apertura è stata fissata per quest’anno. Come quella del museo del futuro, che aprirà a Dubai. Costo: 136 milioni di dollari.

Città della salute

Secondo la banca Alpen Capital, nel 2020 gli Emirati potranno offrire 13.800 posti letto negli ospedali. Dubai ambisce a diventare un polo per il turismo sanitario della zona, tanto che gli investimenti al 2020 ammontano a 19,5 miliardi di dollari. A nord di Dubai sta sorgendo una città della salute, che offre prefabbricati per cliniche, ospedali, centri di ricerca nel campo delle scienze della vita, palestre per la riabilitazione e spa agli investitori internazionali. Il complesso occuperò 240 ettari ed è considerato zona franca, in modo da aggirare le leggi emiratine che impongono alle aziende straniere che vogliono fare affari nell’area di avere un partner locale al 51%.

Il made in Italy sbarca in Africa

Negli ultimi anni, il continente africano ha assunto una valenza crescente nella geografia economica italiana. Le nostre aziende stanno investendo in tutta l’area, la cui importanza strategica è in costante aumento a causa della competizione tra le due superpotenze economiche, Cina e Stati Uniti, che si contendono le materie prime dell’Africa, primo fornitore mondiale di oro, platino, diamanti, manganese, cromo e nichel.

Non c’è da dimenticare poi il Patto d’Africa stipulato lo scorso anno fra il nostro governo e gli esecutivi di numerosi paesi africani per favorire una migliore partnership (sicurezza e peace-keeping, crisi regionali e conflitti dimenticati, diritti e democrazia, cooperazione e sviluppo) e la promozione del capitale umano tramite interventi di microcredito.

Quest’ultimo punto, in particolare, permette di creare scambi tra attività economiche e finanziarie basati sulla fiducia reciproca, piattaforma fondamentale per ogni forma di collaborazione.

Da tempo, i più autorevoli economisti dello sviluppo sono concordi nel ritenere che in Africa si gioca la grande sfida del futuro. L’Italia non può mancare questa opportunità, rafforzando i sistemi di partenariato e cambiando la politica dei rapporti: da paese donatore ad attore di sviluppo nei settori della tecnologia, della formazione, dell’agricoltura e del turismo.

I partner economici africani con cui hanno maggiormente collaborato le aziende dello Stivale sono l’Egitto, l’Angola e il Mozambico. In questi paesi il sistema Italia ha costruito nuove partnership e joint venture tra le nostre imprese e quelle locali, consapevole che negli anni futuri, quello africano sarà il continente in cui investire.

Non bisogna però dimenticare il contributo che le imprese italiane possono dare allo sviluppo africano, con un approccio diverso, un’opportunità per le nostre aziende e per gli africani stessi, distante dai termini di sfruttamento e assistenzialismo.

Il made in Italy è considerato un punto di riferimento dai governi africani, ormai affrancati dall’avvicinamento assistenzialista e in grado di sceglier i propri partner commerciali per sviluppare settori strategici della loro economia. In questa selezione, sempre più spesso, preferiscono il modello italiano a quello cinese e brasiliano.

Il ritmo attuale di crescita dei paesi africani è molto veloce e le imprese italiane non possono perdere questa occasione, anche se tutto ciò potrebbe sembrare un paradosso, alla luce delle pessime situazioni in cui versano molte di esse, poste a dura prova dalla grave crisi economica.

Ma per molte piccole e medie imprese italiane, la crisi finanziaria che si è abbattuta sul mondo intero, minando i fondamentali di grandi economie, è stata un impulso per crescere in efficienza e in innovazione e un’opportunità per programmare nuovi prodotti, per ampliare mercati, fatturato e redditività.

L’aspetto difficile della strada verso la ‘ricrescita’ delle Pmi italiane è costituito dall’accesso al credito. Solo il 12% delle Pmi ha, infatti, ricevuto l’intera somma chiesta, il 32 ne ha ricevuto gran parte, e per il 35% la capacità di accesso ai finanziamenti è peggiorata.

Un altro aspetti difficile da affrontare per il 29% delle Pmi italiane è la ricerca di nuovi clienti, mentre il 41% delle aziende guarda al futuro con ottimismo e si attende un incremento del fatturato.

Giusto per operare un raffronto, il 77% delle Pmi cinesi si aspetta una crescita dei ricavi, mentre circa il 50% delle aziende britanniche stima un incremento, anche sensibile. Interessante la percezione del mercato delle imprese del gigante asiatico: per il 36% il problema maggiore è trovare nuovi clienti, per il 34% è l’aumento della concorrenza e per il 30% è individuare e fidelizzare personale specializzato.

La Cina ha puntato molto sul Sudafrica, dando il via ad una strategia articolata in direzione di tutte le diverse aree del mondo: cooperazione con India e Pakistan, collaborazione con Russia ed Europa, convivenza con gli Stati Uniti, espansione in Africa e in America meridionale, rapporti ‘intelligenti’ con i vicini orientali.

Non a caso, negli ultimi anni, Pechino ha moltiplicato in maniera esponenziale i suoi investimenti nel continente africano, per conquistare i giacimenti di risorse minerarie di cui ha bisogno per alimentare la propria crescita, ma anche per dotarsi di nuova forza lavoro a basso costo.

Inoltre, le aziende cinesi, promettendo e assicurando cospicui investimenti sempre arrivati, vincono appalti su appalti nel continente africano, grazie anche agli aiuti governativi e alla totale assunzione da parte dello Stato del rischio di impresa.

Ora con loro potrebbero arrivare a convivere in Africa anche le imprese italiane, spinte proprio da una rinnovata necessità di ampliare i propri mercati e incrementare gli scambi con quelli ancora poco esplorati, dove valorizzare prodotti, idee e progetti.

L’Internazionalizzazione Vincente e l’Economia Italiana

Quando parliamo di Internazionalizzazione Vincente sappiamo perfettamente che, esportare all’estero, risulta una soluzione ottima per le aziende italiane. Inoltre è la più valida alternativa alla stagnazione del mercato interno.  Questo perché oltrepassando i confini nazionali si portano clienti e consumatori ad apprezzare i prodotti made in Italy.

Secondo le previsioni del rapporto annuale di SACE “Export Unchained”, tra il 2017 e il 2020 l’export aumenterà a un tasso medio del 4 per cento, fino a raggiungere nel 2020 il valore di 489 miliardi di euro.

C’è un cauto ottimismo per il futuro delle esportazioni italiane che, all’interno di scambi internazionali in rallentamento, hanno rappresentato comunque il principale fattore di crescita negli ultimi anni. Il contributo dell’export alla crescita del Pil dal 2010 al 2016 è stato del +4,8 per cento.

Diversamente da quanto è avvenuto per le altre componenti del prodotto interno lordo (consumi, import, domanda, spesa pubblica e investimenti), tutte con segno negativo.

«Il 2017 – ha dichiarato Livio Mignano, head of domestic network di SACE – sta segnando un’ottima performance per l’export italiano che, secondo le nostre stime, chiuderà l’anno con una crescita poco al di sotto del 4 per cento, in linea con quanto prevediamo anche per il prossimo triennio».

Internazionalizzazione Vincente: crescere ed evolversi

L’internazionalizzazione non è più un termine per pochi addetti ai lavori. È un fattore di crescita e sviluppo della competitività delle imprese italiane ed è un termine entrato nel vocabolario e nei business plan di molti imprenditori.

Ma si fa presto a dire internazionalizzazione con entusiasmo senza analizzare gli scenari.

Il prodotto deve avere “l’italianità” nel proprio DNA e un alto valore aggiunto.
  • Gli aspetti geopolitici e legislativi devono essere tenuti in grande considerazione.
  • Bisogna valutare le dimensioni dell’azienda che vuole adottare una strategia di Internazionalizzazione Vincente.

La possibilità di sbagliare è dietro l’angolo. Ad esempio puntando al contenimento dei costi o disperdendo le forze perché ci si sta rivolgendo a troppi territori differenti.

L’export è certamente il primo passo del processo di espansione di un’azienda all’estero, ma da solo non basta per penetrare efficacemente in un territorio straniero.

Il passo successivo è quello dell’Investimento Diretto Estero (IDE), che può articolarsi in una presenza “leggera” (punti vendita, filiali, centri distributivi) o “pesante”.

Stiamo parlando di acquisizioni di aziende locali o addirittura di investimenti greenfield con la creazione di veri e propri stabilimenti produttivi con trasferimento di capitali dall’Italia.

Se si vuole vendere all’estero bisogna però affidarsi alle persone giuste che sappiano indirizzare, guidare e che soprattutto abbiano contatti sul posto. Non si può pensare di rivolgersi a un nuovo mercato portando semplicemente il proprio prodotto.

Bisogna avere una chiara idea sul target da intercettare, su quali siano gli spazi commerciali vuoti da riempire con i propri prodotti. Sull’ individuazione del miglior sistema di distribuzione e/o produzione, naturalmente prestando sempre attenzione alle leggi del posto e alle dinamiche geopolitiche.

È dunque necessario analizzare lo scenario internazionale attraverso una lente che permetta di evidenziare diversi fattori. In particolare i rischi politici, le leggi che regolano il trading/importazioni e i regolamenti settoriali, la cultura locale e la capacità di spesa della classe media.

Internazionalizzazione Vincente: quali sono i mercati più appetibili per le aziende italiane?

Non ci sono aree geografiche sulla carta migliori di altre. L’investimento dipende dal tipo di produzione dell’azienda, dai mercati di sbocco dei prodotti, dal livello della domanda interna. Dipende anche dal posizionamento dei partner strategici. Possono giocare un ruolo anche eventuali politiche di incentivazione in essere nei vari Paesi. In Germania, Francia, Spagna e Regno Unito si va sul sicuro.

Semaforo verde anche per la Central & Eastern Europe, dove si possono trovare scenari caratterizzati da crescite interessanti. Queste sono abbinate a legislazioni (nazionali e, se del caso, UE) che premiano esportazioni e investimenti diretti, oltre a un livello di scolarità elevato e costi di produzione (risorse umane, energia etc.) ancora competitivi.

Internazionalizzazione Vincente: grandi opportunità di export per l’Italia

Stati Uniti d’America e Canada sono mercati affidabili. Il contesto operativo è eccellente, sono leader nella protezione dei diritti di proprietà intellettuale, la forza lavoro è qualificata e produttiva e le normative del lavoro strizzano l’occhio al business.

Il made in Italy può esportare in qualunque settore. Da quello alimentare al fashion dal settore tecnologico ad articoli di lusso, persino quello più sfrenato.

Anche per quanto riguarda gli IDE (Investimento Diretto Estero), questi mercati offrono indubbiamente opportunità di assoluto interesse.

Sono caratterizzati da un approccio strutturato all’accoglimento dei nostri investimenti diretti dando inoltre la possibilità di accedere ad un mercato caratterizzato da una importante domanda interna.
Tutte rose e fiori?

Non proprio, perché la barriera d’ingresso più ovvia ed evidente è la dimensione stessa del mercato Nordamericano che lo rende ostico a chi non dispone di risorse sufficienti ad affrontarlo in maniera “globale” e “tecnicamente qualificata”.

È opportuno non trascurare neanche l’aspetto legale negli Usa perché la “civil and legal liability”, se si sbaglia anche solo un’etichetta, fa partire una class action che mette fuori mercato.

E i paesi emergenti per l’export e l’internazionalizzazione del made in Italy?

La Cina è in crescita esponenziale ed è pronta a diventare un mercato maturo. È importante considerare il fattore demografico; i cinesi sono giovani, curiosi e, grazie alla politica di apertura al secondo figlio (dopo la strategia di pianificazione familiare dal 1979 al 2013), il loro mercato interno è destinato a crescere.

Anche l’India è un Paese dal grande potenziale visto che ci sono almeno 50 milioni di persone con capacità di spesa notevole. Ci sono però barriere di ingresso, soprattutto di natura culturale, non trascurabili.

Viste le grandi opportunità che ci presentano i mercati esteri meglio non partire con il piede sbagliato.

Internazionalizzazione Vincente: il primo passo da fare è affidarsi a dei professionisti

La parola chiave è proprio “professionalità”. Come ho già scritto in precedenza l’internazionalizzazione delle imprese non può e non deve avvenire in modo improvvisato. È sbagliato cercare mercati per sentito dire e rivolgersi a figure prive della dovuta esperienza sul campo.

Da dove iniziare?
  • Premesse basilari: la tua azienda possiede le risorse e le opportunità per lanciarsi in un progetto di internazionalizzazione? Porsi questa domanda è fondamentale per valutare se ne vale la pena e se le risorse sono sufficienti. Per comprenderlo devi domandarti se la tua gamma di prodotti ha margini di successo all’estero. Se i costi di esportazione e creazione di una rete commerciale estera possono essere coperti.
  • Individuazione dei mercati: sono necessarie analisi di mercato approfondite per capire quali sono i paesi in cui il tuo prodotto ha il più alto potenziale di vendita. Devi soppesare la burocrazia, gli eventuali dazi doganali, l’andamento dell’inflazione e il peso fiscale. Sono altrettanto importanti le abitudini culturali e di consumo di ogni Paese che analizzi. In questo caso il “fiuto imprenditoriale” può e deve essere aiutato da analisi concrete.
  • Valutazione della concorrenza: ogni mercato estero è potenzialmente occupato da concorrenti sia locali sia internazionali. Prima di rendere operativo il processo di internazionalizzazione della tua impresa devi analizzare anche la concorrenza individuando i margini ancora liberi. Inutile dirlo: differenziarsi è essenziale. A questo proposito devi assolutamente proporre una “unique value proposition” che possa fare presa sui clienti locali.

Il Made in Italy secondo gli altri

Tra i brand più conosciuti e apprezzati a livello mondiale, il marchio “Made in Italy” è largamente percepito come sinonimo di qualità. Fattore distintivo dell’italianità, esso esprime l’eccellenza della creatività e della maestria degli artigiani del nostro territorio. Alta qualità di prodotti tessili, eleganza e raffinatezza nel campo della moda, avanguardia, innovazione e classe in ambito design, un grande tradizione di qualità e solidità nell’automotive, eccellenza nel settore enogastronomico, sono solo alcuni dei nostri meriti riconosciuti storicamente a livello internazionale.

Negli ultimi tempi, nell’era dei social e dell’innovazione incessante, ci si chiede spesso se questi valori tradizionalmente condivisi abbiano subito delle variazioni in termini di qualità percepita e quanto il Made in Italy sia presente nei pensieri, o meglio, nelle mani degli utenti internazionali.

Per fornire una risposta a questi interrogativi, Blogmeter, società specializzata nell’analisi delle dinamiche dei social media, ha condotto uno studio che riguarda la percezione del Made in Italy fuori dai confini nazionali, con l’obiettivo di offrire alle aziende italiane concreti spunti sociologici e di marketing utili per le strategie di brand.

“Italian Excellence – una ricerca sul Made in Italy all’estero” è un’indagine integrata che comprende dati estratti da un’analisi social e da una survey. Nell’occasione sono state analizzate oltre quattro milioni di conversazioni social in lingua inglese per stimare i volumi delle stesse e dei contenuti multimediali che avessero a tema il prodotto italiano e per analizzarne il relativo sentiment. Questa preziosa fonte è stata altresì integrata con i dati provenienti da una survey online sottoposta ad un campione equamente distribuito in cinque diversi Paesi quali Regno Unito, Germania, Francia, Stati Uniti e Russia.

Il social in cui si parla di più dell’argomento è Instagram: qui sono state individuate infatti tre milioni di conversazioni (tre quarti del totale registrato) che hanno prodotto nel complesso 97 milioni di interazioni. Dopo aver condotto un’analisi del sentiment si può asserire che questo è decisamente positivo: le parole che ritornano più spesso nelle conversazioni sono infatti beautypassion e wow. Le categorie che registrano più conversazioni sono il settore dell’abbigliamento (52%), il tema design (20%) e il cuoio italiano (8%); gioielli (6%) e architettura (4%) seguono in percentuale minore; solo agli ultimi gradini, con grande sorpresa, il tema food (2%) e quello dell’automotive (2%).

Diverso quanto emerge dalla survey online somministrata al campione. Da qui infatti risulta che, a fronte di una domanda diretta, l’intervistato collega l’Italia al Food nella maggior parte dei casi. Altissima la percentuale registrata: il 63% del totale. Il 42% è la percentuale che vede l’Italia associata alla moda, volume minore rispetto a quanto registrato sui social.
Andando nello specifico, è emerso poi che ogni Paese rappresentato nel campione, associa l’Italia in misura maggiore ad un settore piuttosto che un altro: la quasi totalità degli americani (83%) associa l’Italia al cibo; circa metà dei tedeschi (45%) pensa invece al settore automobilistico, in cui siamo tra l’altro tra i principali rivali; il 51% dei russi associa gli italiani alle scarpe, riconoscendoci importanti produttori.

Infine, si sottolinea il fatto che, nonostante siamo probabilmente i loro primi competitor nel settore, soltanto l’1% dei francesi collega l’Italia al vino.

Interessante anche quanto emerso dalle risposte alla domanda multipla circa i valori che il Made in Italy veicola. I principali valori evidenziati confermano la percezione consolidata. Infatti il marchio è in gran parte considerato sinonimo di bellezza, tradizione, eleganza e qualità. Molti aspetti però sembrano essere cambiati. I prodotti Made in Italy sono infatti considerati difficili da raggiungere, quantomeno nella loro versione originale, senza, cioè che siano intaccati dalle imitazioni che stanno prendendo sempre più piede. Essi sono considerati dunque, per questi ed altri motivi quale ad esempio il prezzo eccessivo, poco attraenti e per di più anche tecnologicamente non all’avanguardia.

Il padiglione dell’Italia a Expo Dubai 2020 sarà dedicato al tema della bellezza

Expo Dubai 2020, prima Esposizione universale in un Paese arabo, sarà l’occasione per l’Italia di presentare la sua identità culturale a oltre 25 milioni di visitatori. L’ASviS partner scientifico dell’Italia per la sostenibilità.

Manca un anno all’apertura della prossima Esposizione universale, la prima a svolgersi in un Paese del mondo arabo. Dubai, la capitale degli Emirati Arabi Uniti, ospiterà la manifestazione dedicata al tema “Connecting minds, creating the Future” (Collegare le menti, creare il futuro) che si svolgerà dal 20 ottobre 2020 al 10 aprile 2021.  L’Italia, che ha ospitato l’ultima edizione dell’Esposizione Universale con Expo 2015 a Milano, sarà presente con un padiglione dedicato al tema “Beauty connects people” (La bellezza unisce le persone) per presentare agli oltre 25 milioni di visitatori attesi l’identità culturale, produttiva e creativa del nostro Paese.

Questo grande progetto di diplomazia culturale è stato presentato, a un anno esatto dall’inizio della manifestazione, il 20 ottobre 2019 a Matera, alla presenza del ministro degli Affari esteri Luigi Di Maio, del ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca Lorenzo Fioramonti e del Commissario generale del Governo italiano Paolo Glisenti, responsabile dell’iniziativa. Il tema della bellezza è stato scelto in quanto tratto inconfondibile del nostro Paese, elemento che integra diverse culture e territori, creando nuove risorse per il futuro. La bellezza richiama la storia artistica e culturale del nostro Paese che continua a mettere insieme competenze creative e a creare innovazione, seguendo le orme di Leonardo Da Vinci, di cui proprio quest’anno ricorre il 500esimo anniversario dalla morte.

Expo Dubai 2020, il primo in un Paese arabo. Si tratta di sviluppo sostenibile

Anche l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile è stata chiamata a contribuire a questa grande operazione di diplomazia informale per promuovere le eccellenze del nostro Paese all’estero. In qualità di partner scientifico, l’ASviS supporterà il Commissariato nell’individuazione di progetti ed esperienze innovativi sui temi dello sviluppo sostenibile.

L’Expo Dubai 2020 è destinato ad attirare visitatori provenienti, oltre che dall’Italia, dalla Cina, dai Paesi del Maghreb, e dal mondo del Mediterraneo. Regioni che vedranno, negli anni a venire, la più grande crescita di classe media, la più importante richiesta formativa e la maggiore crisi ambientale legata alla mancanza di risorse idriche.

Cosa si intende esattamente con “Made in Italy”?

Ogni nazione ha il suo marchio distintivo che caratterizza i propri prodotti e li fa risaltare per le loro caratteristiche esclusive: il Made in Germany per esempio è sempre stato sinonimo di robustezza ed affidabilità, il Made in USA è il segno dell’innovazione e l’avanguardia del prodotto; il Made in Japan simbolizza l’alta tecnologia e la funzionalità; il Made in Italy esprime, invece, l’eccellenza della creatività e della maestria. Nel campo della moda, l’Italia si distingue, ponendosi al primo posto per l’alta qualità dei prodotti tessili e per la perfetta eleganza e raffinatezza che permeano il prodotto rendendolo superiore, così come per la garanzia della qualità dei materiali utilizzati nella realizzazione dei beni. Il mondo intero ammira e confida in un prodotto Made in Italy e molte persone sono disposte a fare enormi sacrifici pur di essere in grado di acquistare un articolo di marca italiana da indossare con grande orgoglio.

Purtroppo recentemente il Made in Italy è stato vittima di molte contraffazione da parte di coloro che, approfittando vergognosamente del prestigio del marchio, lo hanno utilizzato in vari prodotti che non hanno alcun che di italiano, prodotti di scarsa qualità la cui fabbricazione è costata solo pochi euro al pezzo (spesso sfruttando bambini innocenti, costretti a lavorare per molte ore al giorno) e che vengono poi venduti nei mercati locali a prezzi di molti inferiori a quelli degli articoli autentici Made in Italy.

Ma che cosa significa esattamente il marchio “Made in Italy”?
Significa che un prodotto è interamente realizzato in Italia, dalla progettazione e il lavoro su carta, fino al prodotto finito e pronto per la vendita.

Il nome Made in Italy dovrebbe indicare la totale ed effettiva provenienza e produzione italiana dell’articolo che porta il suo nome; diciamo “dovrebbe” perché sfortunatamente in molti casi non è così. In realtà molti prodotti possono portare il nome Made in Italy anche quando sono, invece, realizzati quasi interamente all’estero!

Secondo l’articolo 24 del codice doganale europeo (Reg. EEC 2913/1992), un prodotto che è stato realizzato in due o più paesi è considerato comunque originario del paese in cui l’ultima trasformazione o lavoro sostanziale ha avuto luogo.

Ciò significa che se un articolo viene prodotto per il 70% all’estero e per il 30% in Italia (nel caso di una borsa, il 30% corrisponderebbe all’incirca all’assemblaggio dei manici e dell’etichetta con la borsa in sé), quel medesimo articolo può essere etichettato come Made in Italy. Ancor più sconvolgente è che un articolo che è stato addirittura completamente prodotto all’estero potrebbe recare il marchio Made in Italy se commissionato da un’azienda con sede in Italia.

Cosa implica tutto ciò?

Alcune imprese italiane, tra cui molti prestigiosi marchi della moda, scelgono di spostare una gran parte della loro produzione all’estero, dove il lavoro è sicuramente più economico in quanto lo stesso numero di personale impiegato per la realizzazione di un articolo ha un costo di gran lunga inferiore, consentendo alle aziende di aumentare sostanzialmente il margine di profitto ma, allo stesso tempo, essendo il personale molto meno qualificato, si abbassa notevolmente anche la qualità dei beni prodotti.

Articoli prodotti per pochi euro, in molti laboratori cinesi dove è frequente l’uso di clandestini, manodopera a basso costo costretta a lavorare di notte e in condizioni scandalosamente disumane e non igieniche, senza alcuna assistenza sociale o una remunerazione adeguata, possono poi essere importati in Italia, dove viene aggiunto il cartellino per cui sono stati effettuati questi articoli e venduti poi nelle migliori boutique e negozi a prezzi davvero esorbitanti.

Con l’adozione di queste politiche le imprese riescono a ottenere rendimenti annui eccellenti, le vendite rimangono elevate perché il prodotto continua a risultare fatto in Italia, ma i costi di produzione sono di molto più bassi. In questo modo è inoltre possibile abbassare i prezzi di vendita rendendo il prodotto più commerciale e concorrenziale rispetto ad altri diventando accessibile anche ad una più ampia parte di mercato.

Questa situazione non può far a meno di penalizzare le piccole e medie imprese che invece producono il puro Made in Italy da generazioni e che vorrebbero continuare a farlo, offrendo i loro prodotti ad una clientela che sa apprezzare veramente la qualità italiana, un prodotto di alta qualità prodotto dal vero artigianato, completamente fatto in Italia con costi di produzione piuttosto alti ma con la soddisfazione giornaliera di garantire un prodotto permeato con la vera essenza dell’Italia: l’arte e la bellezza.

Ovviamente la decisione di mantenere l’intero processo produttivo in Italia comporta costi di gestione molto più elevati: i lavoratori sono artigiani professionisti e, giustamente, è necessario pagarli bene e dare loro tutti i benefici e i vari contributi previsti dalla legge; le macchine devono garantire un elevato livello di finitura e devono essere quindi controllate regolarmente ed eventualmente rimpiazzate; infine i materiali hanno un determinato costo che varia a seconda dell’andamento economico del paese.

Prendendo il settore del pellame come esempio, è stato calcolato che una borsa di ottima qualità, prodotta interamente in Italia con l’utilizzo di vera pelle, può benissimo raggiungere i 70-150 euro in costi di produzione, in opposizione ai 14-20 euro richiesti nel caso in cui la produzione venisse spostata in un laboratorio cinese o presso qualsiasi altro contraente estero. Da ciò ne deriva il fatto che questi articoli, che sono prodotti al 100% in Italia, vengono venduti a prezzi più alti risultando così non proprio accessibili a tutti. Le vendite crollano e così, molte ditte, sopraffatte dalle tasse e completamente sostenute e facilitate dallo Stato, sono costrette a chiudere in quanto impossibilitate a competere con i bassi costi del mercato Cinese o di tutti coloro che antepongono il profitto e la ricchezza a discapito della qualità e della reputazione stessa del marchio Made in Italy.

In tal modo, il piuttosto ambiguo art. 24 del Codice Doganale Europeo, (Reg EEC 2913/1992), spinge i produttori italiani ad effettuare una scelta tra due ben distinti livelli nella qualità dei loro “prodotti italiani”, una scelta che sicuramente non va a favore del prestigio del marchio, ma, al contrario, crea dubbi e confusione agli occhi degli acquirenti.

Alcuni decidono di spostare la produzione all’estero dove i costi per la stessa sono inferiori oppure, in altri casi, si commissiona il lavoro ai numerosi laboratori Cinesi, senza che questi garantiscano alti livelli di manifattura, dove gli operai sono costretti a lavorare per pochi euro al mese senza alcuna forma di assistenza previdenziale: il tutto allo scopo di ottenere un prodotto che è sicuramente molto meno prestigioso a livello qualitativo, ovviamente non 100% italiano, ma ad un prezzo più vantaggioso.

Altri imprenditori, dal lato opposto, decidono di mantenere l’intera produzione in Italia, garantendo così la migliore qualità dei materiali, una selezionata forza-lavoro altamente qualificata e completamente italiana, e un prodotto che è 100% Made in Italy ma che si presenta ad un costo maggiore perché maggiori sono i costi relativi alla gestione dell’affare e all’utilizzo di manodopera regolarmente assunta.

La nostra ditta appoggia in pieno questo “secondo modo di condurre gli affari” poiché il nostro desiderio è quello di garantire a tutti i nostri clienti un articolo che rappresenti il meglio della produzione e della qualità italiana, un prodotto che sia degno del marchio Made in Italy.

Il Made In Italy vola a Dubai, export oltre 4 mld di euro

Rapporti commerciali a prova di crisi tra l’Italia e gli Emirati Arabi Uniti che, nel 2019, si sono confermati il primo mercato di sbocco del Made in Italy nel mondo arabo. A renderlo noto e’ l’ambasciata italiana ad Abu Dhabi, spiegando che le esportazioni italiane negli Emirati, nei primi 11 mesi del 2019, hanno fatto registrare un aumento del 27,6% su base annua, per un totale di 4,2 miliardi di euro. In crescita anche le importazioni italiane da Abu Dhabi, che tra gennaio e novembre hanno toccato quota 807 milioni di euro, in aumento dell’88% rispetto allo stesso periodo del 2018. La forte crescita degli scambi bilaterali, osservano dalla nostra sede diplomatica, rappresenta una “decisa inversione di tendenza” rispetto al biennio 2017-2018, durante il quale la crisi finanziaria aveva prodotto una forte contrazione dei flussi commerciali. La ripresa commerciale di Dubai, con il ritorno degli scambi ai livelli pre-crisi, testimonia “il consolidamento e la dinamicita’ dell’economia dell’Emirato”, che nel 2019 ha fatto registrare un aumento del Pil del 3,3%, con stime che parlano di un ulteriore incremento del 3,5% per il 2020.

Il significato di internazionalizzarsi

“Internazionalizzazione” è un concetto che racchiude molti significati e molti possono essere i modi in cui un’impresa si internazionalizza.

Internazionalizzarsi, per un’impresa, equivale a divenire in qualche modo “internazionale” e dunque a intessere rapporti con imprese, consumatori e istituzioni operanti sui mercati esteri. Il termine, quindi, identifica un processo, ma non ne definisce le modalità che possono essere le più varie. All’esito di un processo di internazionalizzazione l’impresa potrà vendere i propri prodotti all’estero, produrre all’estero, acquistare da fornitori esteri oppure trovare fonti di finanziamento in mercati esteri. Come è evidente quindi, molte e diverse sono le strade all’internazionalizzazione, quale processo che porta nell’azienda qualcosa di nuovo che non appartiene alla realtà nazionale.

L’internazionalizzazione ha generalmente due obiettivi primari:

  • ridurre i costi ricorrendo a fornitori esteri;
  • aumentare i ricavi ampliando il mercato geografico di riferimento.

La definizione della strategia d’ingresso sui mercati esteri passa attraverso due fasi principali:

  1. nella prima fase si verifica se vi sono opportunità di mercato in nuove aree geografiche e se l’impresa possiede le capacità produttive, finanziarie ed organizzative per vendere all’estero;
  2. nella seconda fase si definiscono le strategie commerciali e di business, si prendono contatti con gli operatori locali e, soprattutto, si studia il mercato di riferimento.

Ciò che conta è che il processo inizi attraverso una scelta ragionata e non sia invece il frutto di un impeto che spesso fa perdere di vista le difficoltà che inevitabilmente si incontrano.

I 10 record green del Made in Italy

Dalla sostenibilità alla qualità, dalla sicurezza al boom del bio fino a quello del turismo sostenibile, il Made in Italy vanta 10 primati che ne alimentano il successo in tutto il mondo. E’ quanto emerge dall’esclusivo Rapporto Coldiretti/Symbola sul Made in Italy e la sostenibilità presentato a Cernobbio in occasione del Forum internazionale dell’agricoltura con riferimento al Green New Deal della manovra economica del Governo con gli interventi salva clima.

“Un riconoscimento del ruolo del settore agricolo come modello di sviluppo sostenibile” afferma il presidente di Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che “l’agricoltura italiana è anche una risorsa strategica per avviare una nuova stagione di crescita economica e lavoro per tutto il Paese”. Secondo Ermete Realacci presidente della Fondazione Symbola: “L’Italia può affrontare le sfide che ha davanti, a cominciare dalla crisi climatica, se è conscia dei propri punti di forza e se incrocia territori e comunità con qualità, innovazione, bellezza” Mentre per  Federico Vecchioni, Amministratore Delegato di Bonifiche Ferraresi BF SpA: “Il rispetto per l’ambiente, l’innovazione tecnologica e il controllo della filiera non sono valori inconciliabili, ma rappresentano elementi complementari per produrre in modo sostenibile e allo stesso tempo creare valore economico per gli azionisti”.

L’agricoltura italiana è tra le più sostenibili con appena il 7,2% di tutte le emissioni a livello nazionale con un trend in calo del -1% dal 2012 rispetto alla crescita registrata invece in Francia (+0,85%) Germania (+2,11%), Regno Unito (+2,29%) e con il record negativo della Spagna (+10,55%). L’Italia – spiega il rapporto Coldiretti/Symbola – è leader mondiale nelle produzioni di qualità con 5.155 prodotti agroalimentari tradizionali e con il 20% in più di prodotti a denominazione di origine (Dop, Igp e Stg) rispetto alla Francia e il 147% in più di quelli registrati dalla Spagna.

Fra i cinque paesi europei più importanti dal punto di vista agricolo, l’Italia è quello con il minor numero di prodotti con residui chimici oltre i limiti di legge con appena lo 0,8% del totale contro l’1,3% della media Ue o il 5,5% dei prodotti extracomunitari. L’Italia si conferma anche ai vertici mondiali per aree coltivate a biologico con 1,95 milioni di ettari nel 2018 pari al 15,5% della superficie agricola.

Se poi si guarda al turismo, ad attrarre gli stranieri in Italia non c’è solo arte, cultura e bellezza del paesaggio il Belpaese detiene il primato per spesa enogastronomica dei turisti stranieri che in Italia per ogni 100 euro ne investono 21,95 a tavola.

Ai primati del made in Italy contribuiscono anche dagli agriturismi italiani nel 2018 hanno registrato 13,4 milioni di presenze (+63%) per un valore stimato di oltre 1,36 miliardi di euro. Ma il Paese può vantare risultati importanti anche nel campo dell’economia circolare e delle energie rinnovabili visto che l’Italia con 822.301 impianti fotovoltaici nel 2018 per una potenza totale di 20.108 MW ha il primato europeo di consumi energetici da rinnovabili con il 18,3% del totale contro il 17,5% della Spagna o il 15,5% della Germania ed è anche il quarto produttore mondiale di biogas con oltre duemila impianti in attività di cui 3 su 4 alimentati da residui di origine agricola.

Il Made in Italy corre poi nel settore del legno arredo con un saldo commerciale positivo di oltre 8 miliardi nel 2018 rispetto ai 7,5 miliardi dei nostri diretti concorrenti polacchi e vanta una densità di 200 robot ogni 10mila addetti quasi il doppio della media europea che si ferma a 114.

I 10 RECORD DEL MADE IN ITALY

1 ITALIA PRIMA NELL’ECONOMIA CIRCOLARE
2 ITALIA LEADER NELLE ENERGIE RINNOVABILI
3 ROBOTICA: PRIMI PER CRESCITA DI ROBOT INSTALLATI
4 LEGNO ARREDO: PRIMI IN EUROPA PER SALDO COMMERCIALE
5 MODA: PRIMI IN EUROPA PER QUOTE DI MERCATO
6 AGROALIMENTARE: I PRODOTTI ITALIANI CONQUISTANO IL MONDO
7 ITALIA CAMPIONE DEL BIOLOGICO
8 ITALIA PRIMA PER SPESA TURISTICA ENOGASTRONOMICA
9 AGRICOLTURA ITALIANA LEADER IN EUROPA PER SOSTENIBILITA’
10 AGROALIMENTARE ITALIANO LEADER IN QUALITA’ E SICUREZZA