La rivincita delle PMI

Dopo la Grande Crisi e l’avvento di nuovi mercati e tecnologie, la situazione sembra essere migliorata per le PMI italiane, che possono avvalersi di nuovi strumenti e di un rinnovato interesse del mercato globale per il Made in Italy.

Processo di internazionalizzazione delle imprese

Prima di intraprendere la via dell’internazionalizzazione è bene avere un’idea chiara della propria situazione aziendale, degli obiettivi che si desidera raggiungere e di quali siano i passaggi principali da seguire.

  • Analisi situazione aziendale
  • Definizione obiettivi
  • Scelta del mercato
  • Strategia d’ingresso

La rivincita delle PMI italiane

Abbiamo assistito a una delle crisi economiche mondiali più gravi dopo quella del ’29, una crisi che ha influenzato il lavoro di milioni di persone in tutto il mondo, lasciando una cicatrice ancora ben visibile nel bilancio delle PMI italiane. Però, alcune aziende sono riuscite a trovare una nuova stabilità usando ogni mezzo a propria disposizione.

Non è detto però che le imprese che hanno superato la crisi ne siano uscite tutte fortificate, anzi. Molte aziende sono ancora in bilico in attesa di ricostruire la propria identità.

Anche tu cerchi un sistema per uscire da questa situazione di incertezza?

Luigi Orcese General Manager della Osanna Advisors srl dichiara “In molti hanno trovato nel processo di internazionalizzazione un valido alleato per uscire definitivamente da una situazione economicamente instabile, grazie alla solidità di agenzie sempre più preparate e al crescente interesse dei mercati esteri per i prodotti italiani.”

Perchè il processo di internazionalizzazione delle imprese ti aiuta ad uscire alla crisi

Prima di tutto, cosa s’intende con processo di internazionalizzazione delle imprese? È quell’insieme di azioni attraverso le quali le aziende allargano i propri confini ai mercati esteri, con l’obiettivo di espandere il proprio business e aumentare il fatturato. Forse è una definizione un po’ sintetica ma, anche se ci sono molte altre sfumature di significato, ci aiuta a stendere il concetto.

Accedere a nuove risorse

Il processo di internazionalizzazione delle imprese ti fornisce la possibilità di sfruttare tutti i vantaggi di una base di mercato molto più ampia, con nuove risorse da cui attingere, compresi finanziamenti e voucher, abbattendo i costi più marginali e investendo sul futuro.

Aumento del fatturato

Implementando una buona strategia di export, un giro d’affari maggiore può tradursi in una crescita di vendite e fatturato, generando nuove risorse e una base solida da cui partire per ripensare la struttura aziendale.

Esperienza e competenza

Tutta la tua capacità di produrre un servizio di qualità si basa sulle tue competenze. Ampliando questo bagaglio di esperienze puoi contare su un know-how che altre aziende non hanno, fortificando la tua posizione sul mercato, aumentando la qualità di produzione e incrementando la tua rete commerciale.

Diversificazione del rischio

Se la tua azienda dipende da un solo mercato, nel momento in cui questo crolla, la tua struttura aziendale vacilla di conseguenza. Con un processo di internazionalizzazione delle imprese puoi affacciarti su più mercati contemporaneamente e garantire alla tua impresa una maggiore stabilità.

Commercio estero: a gennaio export e import in forte crescita

A gennaio 2020, per entrambi i flussi commerciali da e verso i paesi extra Ue, si stima un marcato aumento congiunturale, più ampio per le importazioni (+7,2%) rispetto alle esportazioni (+5,4%). L’incremento congiunturale dell’export riguarda tutti i raggruppamenti principali di industrie, in particolare energia (+13,6%), beni strumentali (+9,5%) e beni di consumo non durevoli (+4,5%). Dal lato dell’import, si rilevano aumenti su base mensile per energia (+13,2%), beni strumentali (+8,9%), beni di consumo non durevoli (+6,0%) e beni intermedi (+2,9%), mentre sono in diminuzione gli acquisti di beni di consumo durevoli (-1,1%). Nel trimestre novembre 2019-gennaio 2020, la dinamica congiunturale delle esportazioni verso i paesi extra Ue è negativa (-2,7%) e imputabile ai cali registrati per tutti i raggruppamenti principali di industrie, i più ampi per beni strumentali (-4,6%) e beni di consumo durevoli (-3,6%). Nello stesso periodo, anche per le importazioni, si rileva un calo congiunturale (-1,7%) cui contribuiscono tutti i raggruppamenti e, in particolare, i beni intermedi (-2,5%), i beni di consumo non durevoli (-2,2%) e i beni strumentali (-1,9%). A gennaio 2020, le esportazioni sono in netto aumento anche su base annua (+4,4%). L’incremento è rilevante per energia (+24,5%) e beni strumentali (+10,1%). Le importazioni registrano un aumento tendenziale (+2,3%), determinato da energia (+11,0%), beni di consumo non durevoli (+6,2%) e beni strumentali (+3,8%). Il saldo commerciale a gennaio 2020 è stimato pari a -280 milioni (-586 milioni a gennaio 2019). Aumenta l’avanzo nell’interscambio di prodotti non energetici (da +2.719 milioni per gennaio 2019 a +3.319 milioni per gennaio 2020). A gennaio 2020 l’export verso Turchia (+35,1%), Giappone (+33,1%), paesi OPEC (+16,0%) e Stati Uniti (+9,5%) è in forte aumento su base annua. In diminuzione, le vendite di beni verso India (-15,2%), Cina (-11,9%) e paesi MERCOSUR (-4,1%). Gli acquisti da Medio Oriente (+17,3%), Stati Uniti (+15,7%), India (+11,7%), paesi ASEAN (+7,1%) e paesi OPEC (+6,8%), registrano incrementi tendenziali molto più ampi della media delle importazioni dai paesi extra Ue. In diminuzione gli acquisti da paesi MERCOSUR (-32,9%), Russia (-27,4%) e Svizzera (-3,1%).

L’aumento dell’export verso i paesi extra Ue registrato a gennaio 2020, su base sia mensile sia annua, è influenzato da movimentazioni occasionali di elevato impatto (cantieristica navale) verso gli Stati Uniti; queste contribuiscono da sole a spiegare per circa 3 punti percentuali l’incremento tendenziale dell’export nazionale verso i paesi extra Ue. La dinamica sia congiunturale sia tendenziale delle importazioni (quest’ultima torna a essere positiva da luglio 2019) è in larga misura imputabile all’aumento degli acquisti di prodotti energetici. A gennaio 2020 il saldo commerciale elaborato su dati grezzi risulta negativo riflettendo un effetto di stagionalità rilevato per lo stesso mese anche negli anni precedenti; al netto di questa componente il saldo è positivo per 3.306 milioni.

La strada obbligata della crescita all’estero

Il contributo dell’export alla crescita del Prodotto interno lordo reale è stato di circa il 7% dal 2010 al 2018. Il ruolo delle Pmi

La parola d’ordine è internazionalizzazione. Ventidue lettere che insieme rappresentano una strada obbligata per lo sviluppo delle imprese da Nord a Sud, di qualsiasi settore e dimensione. Un filo rosso che lega molte delle 400 «leader della crescita» 2019. Come Lapelle di Arzignano (Vicenza), fondata nel 2006, che vende in tutto il mondo pelli finite per l’arredamento. O Ds Glass di Sant’Antimo (in provincia di Napoli), attiva dal 2013 nel settore dei contenitori in vetro per alimenti e tappi, sia standard che di alta gamma, in stretto contatto con le vetrerie internazionali. O la romana Cookies Factory, focalizzata sul mobile advertising e sulla monetizzazione di contenuti digitali. La società, certificata Google Partner nel 2018, lavora con operatori telefonici, aggregatori e fornitori di contenuti in Europa, Medio Oriente e Sud Africa.

«La crescita dell’economia italiana – ricorda Alessandro Terzulli, chief economist di Sace – è storicamente guidata dall’export: nel periodo del boom economico, come negli anni più recenti. In particolare dal 2010 ad oggi le esportazioni reali di beni e servizi sono state l’unica componente a dare slancio alla nostra economia, compensando il calo degli investimenti, della spesa finale delle famiglie e della Pubblica amministrazione». Come mostrano le elaborazione di Sace sui dati dell’Istat, il contributo dell’export alla crescita del Pil reale è stato di circa il 7% dal 2010 al 2018. Nello stesso periodo le esportazioni hanno registrato un balzo, in termini di volumi, di 113 miliardi di euro attestandosi a circa 518 miliardi. Oggi la quota dell’export sul Pil è pari al 32,1% in linea con i partner spagnoli e francesi, ma ancora inferiore rispetto a quelle tedesche.

Qual è l’identikit delle imprese esportatrici nei big Ue? All’appello, come mostra l’ultimo Rapporto Ice, rispondono oltre 223mila aziende italiane, il doppio rispetto a quelle francesi e il 37% in più di quelle spagnole. Tra i grandi d’Europa solo la Germania ci batte (con oltre 311mila aziende con vocazione all’export). Se poi si restringe il focus sulla classe dimensionale le imprese più numerose che si affacciano sui mercati esteri (circa il 66% in Italia) sono quelle fino a 9 addetti, ma il valore medio da loro esportato rappresenta appena il 10% del totale. Non solo. I primi 50 esportatori del nostro Paese realizzano meno del 22% dell’export del Made in Italy, mentre in Germania la quota sale al 45% e in Francia al 46,5 per cento. I margini di crescita sul canale estero per le imprese italiane sono dunque ancora ampi, con prospettive su più fronti del mappamondo. «Tra le economie avanzate – spiega Terzulli – i Paesi più interessanti sono oggi Giappone, Usa e Francia, tra gli emergenti India, Sud-est asiatico e Emirati Arabi Uniti».

La proiezione sui mercati esteri, ricorda Marina Puricelli, docente senior presso Sda Bocconi, «è importante per le imprese, in particolare le Pmi, per almeno tre ragioni: garantisce la sopravvivenza e la continuità del business in un momento di domanda interna fiacca, consente la diversificazione del rischio e rappresenta una grande opportunità per apprendere». Esportare all’estero, fa notare Puricelli, «vuol dire confrontarsi con una concorrenza agguerrita e presuppone standard qualitativi elevati. Rende inoltre necessario l’inserimento nell’azienda di professionalità adeguate per raccogliere la sfida, come gli export manager o figure specializzate nella certificazione, come gli ingegneri». A contare non è tanto la dimensione dell’impresa: a fare davvero la differenza è la mentalità dell’imprenditore. «È chiaro – precisa la docente – che si tratta di una strada difficile e costosa. A chi intende percorrerla consiglio sempre di procedere per gradi». In primo luogo la scelta del mercato estero su cui puntare deve essere ponderata attentamente, con un occhio di riguardo a ricerche e report dedicati e la partecipazione alle principali fiere del proprio settore per cominciare a tastare il terreno. Per rendersi più appetibili, conclude Puricelli, «bisogna anche puntare su un’adeguata comunicazione, con un sito aziendale in tre lingue: italiano, inglese e quella del principale Paese di destinazione».

L’apertura rappresenta un ritorno in termini di ricavi e di redditività: dal 2000 al 2016 il fatturato delle imprese esportatrici è cresciuto del 2,5%, più della media delle imprese italiane (2%). Non solo. Chi esporta, secondo le rilevazioni dell’Università di Padova-Cmr, registra in media un rapporto Ebitda/vendite superiore di quasi il 3% rispetto a chi si concentra solo sul mercato domestico.

Internazionalizzazione e globalizzazione non significano la stessa cosa

Viviamo in un mondo che non è mai stato così interconnesso. Non solo grazie a internet ma anche alla facilità con cui possiamo viaggiare (i costi, ad esempio, sono molto inferiori rispetto al passato) e al progresso tecnologico che ha reso il Pianeta più piccolo in un tempo davvero breve. Una vera e propria rivoluzione che non poteva non interessare anche le aziende che, per stare al passo con il cambiamento, hanno dovuto adattarsi a un mercato con confini decisamente più ampi rispetto a quelli in cui operano fisicamente. Tali cambiamenti hanno portato a uno sviluppo della terminologia della strategia aziendale e spesso sentiamo parlare di internazionalizzazione e globalizzazione. I due termini, infatti, non sono sinonimi, come potrebbe sembrare: in un dizionario può succedere di trovare lo stesso significato ma rappresentano due fasi diverse dello stesso processo aziendale.

GLOBALIZZAZIONE

La globalizzazione è l’obiettivo finale di un’azienda che vuole proporsi a un mercato senza confini. Ad esempio, lo è per chi progetta un’APP o un sito web per un pubblico mondiale, permettendo agli utenti di usufruirne in più lingue. Ed è chiaro che, data la capacità di diffondersi del web e delle APP in ogni aspetto della nostra vita, una solida strategia di globalizzazione è di importanza fondamentale per qualsiasi impresa di oggi, non solo digitale. Tuttavia, un sito o un’APP che sappia parlare molte lingue non è un processo che si sviluppa da sé. Richiede gli sforzi combinati di più figure: copywriterdesigner e sviluppatori web. Quindi, per raggiungere l’obiettivo della globalizzazione, le aziende devono prendere in considerazione altri due processi minori: l’internazionalizzazione già citata e la localizzazione.

INTERNALIZZAZIONE

Stando a quanto appena scritto, l’internalizzazione è un passaggio essenziale per giungere all’obiettivo della globalizzazione. Ritornando all’esempio delle APP e dei siti web, ciò consiste nell’uso di una sola lingua – l’inglese globale – in modo tale che successivamente sia facile da tradurre in altre e varie lingue. Le frasi devono essere brevi, il vocabolario limitato e così il processo di traduzione sarà più veloce e costerà di meno. Inoltre, internazionalizzare un’APP significa che bisogna progettarla in modo tale che possa compiere azioni in diversi formati temporali (l’ora di New York non coincide con quella di Pechino) e valute (euro, dollaro, yen…). Quindi, quando avremmo progettato un’applicazione o un sito a livello internazionale, allora stiamo per giungere alla globalizzazione. Ma non basta.

LOCALIZZAZIONE

Dopo l’internalizzazione del sito web e/o dell’APP, comincia la fase della localizzazione, ovvero la traduzione in altre lingue. Questo processo richiede un tempo maggiore rispetto a quella precedente e ha un importanza cruciale in chiave marketing: la localizzazione consente al testo di essere comprensibile in altre lingue e che il messaggio sia recepito nella stessa maniera a prescindere se l’utente sia tedesco o giapponese. Se l’internalizzazione è stata affrontata in maniera corretta, allora la localizzazione sarà un processo fluido e rapido. Altrimenti, sarà più lento del previsto (con conseguenti danni economici). Dopo che un sito è stato internazionalizzato e localizzato, è completamente globalizzato. Sebbene a prima vista questo processo possa sembrare complicato, la globalizzazione è alla portata di ogni azienda.In pratica, ci vogliono le risorse giuste, facendo molta attenzione alla traduzione dei prodotti. Solo così potremmo raggiungere davvero ogni mercato.

LA DEFINIZIONE DI HERMAN E. DALY

Un’altra definizione importante di internazionalizzazione – con la relativa distanza dalla globalizzazione – è quella offerta nel 1999 (quando il mondo digitale era alle porte) – dall’economista statunitense Herman E. Daly, oggi 80enne. Per lo studioso, infatti, dal punto di vista degli affari, l’internazionalizzazione è sempre ben altra cosa rispetto alla globalizzazione. Sì, perché ci si riferisce all’importanza ormai consolidata del commercio internazionale, delle relazioni internazionali, dei trattati, ecc. L’unità di base, in questo caso, resta la Nazione anche se diventano sempre più necessari e importanti i rapporti tra le Nazioni. La globalizzazione, invece, si riferisce all’integrazione economica di molte economie precedentemente nazionali in un’unica economia globale, principalmente attraverso il libero scambio e la libera mobilità dei capitali ma anche tramite una migrazione facile o incontrollata. Si tratta dell’effettiva cancellazione dei confini nazionali per fini economici. Il commercio internazionale (regolato dal vantaggio comparato) diventa commercio interregionale (governato dal vantaggio assoluto). Quello che era molti diventa uno.

Smart Working: il fac-simile di accordo

Fac-simile dell’accordo individuale per attivare lo smart working in azienda per i propri dipendenti.

L’emergenza Coronavirus ha spinto il Governo a favorire il ricorso aziendale allo smart working, anche attraverso una procedura semplificata per il caricamento massivo delle comunicazioni, ai sensi del DPCM del 1° marzo 2020. In base a tale decreto, per la durata dello stato di emergenza, tutti i datori di lavoro – per ogni rapporto di lavoro subordinato e – possono attivarlo anche in assenza di accordi individuali ivi previsti, assolvendo in via telematica agli obblighi informativi verso i lavoratori stessi, ricorrendo alla documentazione resa disponibile sul sito INAIL. Disciplina del lavoro agile – definita come modalità di lavoro dipendente senza vincoli di orario e di luogo di lavoro, con prestazione lavorativa svolta in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno, con il possibile utilizzo di strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa – è invece sintetizzata nel Jobs Act autonomi (legge n. 81/2017).

Osanna Group: ritrovare l’orgoglio di quel che siamo

In questi giorni difficili legati all’emergenza Coronavirus, l’ex presidente ICE, Riccardo Monti, attuale amministratore delegato di Triboo spa (editore di PMI.it), sceglie di condividere un video presentato a Davos nel 2015, oggetto di una campagna globale che allora ebbe grande successo e che in questo momento vuole essere un piccolo contributo nella comune battaglia nazionale per superare questa drammatica congiuntura. Obiettivo, evidenziare i punti di forza e sfatare i luoghi comuni sull’Italia ed il Made in Italy, raccontando una realtà di eccellenza che non va dimenticata.

Coronavirus, le aziende del made in Italy che hanno gli anticorpi per resistere alla crisi

E se fossero loro, alla fine, a riportarci a galla? È probabile. Lo hanno già fatto almeno una volta e, anche se pare che tutti lo abbiamo dimenticato, in uno scenario persino più difficile: il virus, allora, si chiamava Grande Recessione Globale e colpì duro per cinque interminabili anni. Non toccava questioni di salute, è vero. Ma paralizzò il mondo (e provocò molti suicidi). Qualcuno decise però che la paura andava sfidata, che le crisi prima o poi comunque finiscono e tanto valeva provare a trasformarle in opportunità, che quello era dunque il momento di tirar fuori il coraggio e investire. Li abbiamo chiamati Champions, quegli imprenditori, perché da «campioni» sono i loro bilanci, di ieri e di oggi. Non è che non soffrano l’impatto del panico da Covid-19. Ma le loro storie qualcosa dovrebbero insegnare. Qualcuno, in politica soprattutto, le dovrebbe studiare. La Paolo Astori Spa, per esempio, produce a Gattico, Novara, dadi e rondelle speciali per l’industria aeronautica mondiale. Nel 2010, anno secondo della Grande Recessione, fatturava 14 milioni. Nel 2012, seconda grande ondata di quella stessa recessione, era salita a 23. Intanto ne aveva messi 20 sul tavolo degli investimenti. Oggi (o meglio: bilancio 2018, l’ultimo depositato) i ricavi sono a 57 milioni, con 34,7 di margine operativo e 23,3 di utili. Non molto lontano dal novarese, in provincia di Cuneo, la Venchi ha ribaltato una storia centenaria che a un certo punto ha conosciuto anche la parola «fallimento». Nel 2010, quando la gente pensava a tutt’altro che a comprare cioccolatini, aveva un giro d’affari di poco più di 31 milioni. Nel 2018 non è riuscita a centrare la cifra tonda (cento milioni) con cui avrebbe voluto festeggiare i suoi primi 140 anni, ma a quota 91 ha comunque triplicato. E mantenendo una redditività industriale superiore al 20%. Ancora. Tra Milano e Modena, ovvero la sua sede «modaiola» e la sua base produttiva, Stone Island fa uno sportswear-chic maschile che porta nel mondo. Nel 2010 fatturava 47,8 milioni. Nel 2018 ha passato i 190 (ed è una crescita tutta per linee interne). Ne ha 56 di margine operativo e oltre 38 di utile netto.

Borse in caduta libera, lo spread si impenna a 230 punti

Dopo i forti ribassi della settimana scorsa, per le piazze europee è una seduta ad alta tensione: Piazza Affari ha faticato ad aprire, ma ora è in contrattazione. I ribassi arrivano oltre il 20% per i petroliferi. Greggio in calo oltre il 30% ai minimi dal 1991. Oro sopra 1.700 dollari, a top da 2012.

Le Borse europee, sulla scia del fortissimo ribasso delle piazze asiatiche, registrano cali macroscopici in una seduta ad alta tensione. Sono schiacciate dal -30% del petrolio (ai minimi dal 1991) dopo il nulla di fatto dell’Opec+ e dalla paura per la diffusione sempre più ampia del coronavirus, che ha reso necessarie le misure drastiche di contenimento varate da alcuni Paesi, tra cui l’Italia. Così, mentre qualcuno chiede la chiusura di Piazza Affari, ipotesi per il momento esclusa dai vertici di Borsa Italiana, Milano ha faticato molto ad aprire (i titoli del Ftse Mib non scambiavano per eccesso di ribasso) e, una volta partita, è arrivata a perdere anche più del 10%. A pagare il prezzo maggiore sono i petroliferi, con Eni e Saipem che arretrano più del 20%. Stesso discorso per il resto d’Europa:Parigi, Francoforte e Madrid arretrano del 6% circa, mentre Londra più dell’8%. Lo spread fra Btp e Bund schizza a 230 punti contro i 178 della settimana scorsa. Balza a 1,28% il rendimento del BTp decennale, dall’1,08% del riferimento della vigilia. Da segnalare che il rendimento del Treasury decennale americano è scivolato temporaneamente sotto lo 0,5%, registrando il calo più marcato dalla prima guerra del Golfo.

Coronavirus, in Cina crollo dell’export del 17%

Nei primi due mesi le esportazioni sono calate oltre le previsioni: maggior calo dal febbraio 2019 (al culmine della guerra commerciale con gli Usa)

Nei primi due mesi dell’anno le esportazioni cinesi sono crollate più di quanto gli analisti economici si aspettassero; ma le importazioni hanno ceduto meno delle attese e la Cina ha quindi accusato un inatteso deficit commerciale. I dati (accorpando i mesi di gennaio febbraio) confermano il forte impatto sull’economia cinese derivante dalla diffusione dell’epidemia da coronavirus, che ha provocato settimane di paralisi di produzione e trasporti. L’export è sceso del 17,2% (il maggior calo dal febbraio dell’anno scorso, al culmine della guerra commerciale con gli Usa), mentre l’import è diminuito del 4% (molto meno delle aspettative medie degli esperti, che erano intorno al -16%). Il disavanzo commerciale si è attestato a 7,09 miliardi di dollari. Il surplus con gli Stati Uniti – una questione-chiave nella disputa commerciale tra le principali economie del globo – è sceso di circa il 40% a 25,4 miliardi di dollari. D’altra parte, i problemi dell’economia cinese, con l’arretramento delle importazioni, pongono un punto interrogativo sulla possibilità che Pechino rispetti gli impegni assunti con la firma della “Fase uno” dell’intesa commerciale con Washington per un forte aumento dei suoi acquisti di beni e servizi negli States (per circa 200 miliardi di dollari). I dati sul commercio anticipano una forte contrazione del ritmo di crescita dell’economia, che nel primo trimestre viene pronosticata da molti analisti in dimezzamento intorno al +3% rispetto al +6% dell’ultimo trimestre del 2019. Alcuni esperti temono una performance ancora peggiore. Le autorità cinesi continuano a cercare di sottolineare che la crisi da coronavirus avrà breve durata. Ci sono segnali di contenimento della diffusione dell’epidemia e di ripresa delle attività economiche, che secondo alcune stime sarebbero tornate intorno al 60% rispetto alla normalità. Pur insistendo su severe misure di prevenzione, l’atteggiamento delle autorità nelle ultime due settimane è apparso orientato a favorire il riavvio dell’attività manifatturiera, allentando alcune restrizioni. Le società internazionali di analisi prevedono una robusta ripresa economica a partire dal secondo trimestre, che però non dovrebbe riuscire a compensare interamente la debole performance della prima parte dell’anno, rendendo aleatoria la prospettiva di una crescita annuale “intorno al 6%” che prima dello scoppio della crisi – secondo precise indiscrezioni – il governo cinese sarebbe stato intenzionato a ufficializzare come obiettivo annuale.
La fissazione del target per il 2020 è slittata da marzo ad aprile, con il rinvio di un cruciale appuntamento parlamentare causato dal coronavirus.

Coronavirus: tutti i danni al made in Italy, settore per settore

Dal crollo delle prenotazioni ai rischi per l’export di vino, l’epidemia sta insidiando da più fronti l’economia italiana. Ma quanto rischia di perdere il nostro sistema economico?

Turismo, fiere specializzate, commercio, agricoltura. L’esplosione del coronavirus in Italia sta minacciando, prima di tutto, i ritmi di crescita già fiacchi del sistema economico nazionale. Lo stesso commissario europeo con delega all’Economia, Paolo Gentiloni, ha dichiarato che le ricadute «saranno pesanti» anche sul breve termine, complici i rischi di isolamento che incombono su pilastri come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna: tre regioni capaci di incidere , da sole, su circa il 40% del Pil. Sì, ma quanto pesanti? Confcommercio stima una perdita di 5-7 miliardi di euro nel caso in cui la crisi si prolunghi fino a maggio, mentre il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha stimato una riduzione del Pil dello 0,2% nell’arco di un anno. La società di ricerca Prometeia ipotizza una contrazione del Pil a -0,3% nel 2020 per effetto del virus. Nell’attesa dei numeri finali, alcuni segmenti iniziano già a calcolare i danni economici del virus che ha “scelto” l’Italia come suo focolaio in Europa.

Turismo, crollo di prenotazioni per Pasqua
La psicosi e gli inviti a non venire in Italia diramati da alcuni Paesi stranieri rischiano di avere un impatto pesante sul settore del turismo. Confturismo stima un’affluenza di 22 milioni di turisti in meno nei prossimi tre mesi. Un calo quantificabile in un danno economico di 2,7 miliardi secondo l’associazione di categoria di Confcommercio. Per venerdì 28 il ministro Franceschini ha convocato un tavolo sul settore. Secondo Assoturismo-Confesercenti, le sole disdette sono già costate 200 milioni di euro al settore e i danni potrebbero essere superiori a quelli causati dall’11 settembre. In Italia, il segmento del turismo vale in totale 146 miliardi di euro: una cifra pari al 12% del Pil, generata da una filiera di 216mila esercizi ricettivi e 12mila agenzie di viaggio. La proliferazione del coronavirus ha spinto diversi governi, dall’l’Irlanda a Israele, a includere l’Italia tra i i paesi «sconsigliati» per le visite di piacere e le trasferte di lavoro «non strettamente consigliate». I risultati si stanno già facendo sentire, con la proeizione di un tracollo senza precedenti nella stagione pasquale. Come ha già scritto il Sole 24 Ore, Napoli ha perso 15mila visitatori e attende una disdetta del 30% delle prenotazioni sotto Pasqua, a fronte del -40% subito da Venezia (già affossata dalla cancellazione con due giorni di anticipo del suo carnvale) e il crollo del 60-70% delle prenotazioni incassato dal Lazio anche nei mesi dopo la festività. Pesante anche il conto di Milano, con dati sul “debooking” fino a picchi dell’80%, mentre la riviera romagnola teme cali record per la stagione estiva. Gianni Indino, vicepresidente della Confcommercio Emilia-Romagna, ha dichiarato che il settore rischia di subire cali del fatturato fino a picchi dell’80-90%. Una stima «prudenziale» di Federturismo, l’associazione di categoria, stimava una perdita di 5 miliardi di euro su scala nazionale. Il bilancio finale potrebbe essere anche più drastico. Il clima di incertezza si sta ripercuotendo anche sugli incassi dei cinema: solo nel weekend sono andati persi 4,4 milioni rispetto al finesettimana precedente.

Industria, in Lombardia 6mila metalmeccanici fermi
Ad oggi sono quasi 6.000 i lavoratori metalmeccanici lombardi coinvolti da fermi della produzione e riduzione d’orario a causa del Coronavirus. La
maggior parte, ovviamente, sono dipendenti di imprese della “zona rossa”, ma sono fortemente interessante anche le aziende industriali di Bergamo, Milano e Cremona. I possibili effetti negativi del Coronavirus sull’economia lombarda si inseriscono in un quadro tutt’altro che sereno: a fine 2019 erano 17.288 i lavoratori coinvolti cassa integrazione ordinaria, straordinaria e licenziamenti, in crescita del 79% rispetto allo stesso periodo del 2018. Aumentano anche le aziende coinvolte dalla crisi: 392,
+4,5% rispetto al primo semestre 2019. In generale si nota un forte rallentamento complessivo dell’attività economica che conferma il trend già registrato nel primo semestre 2017, insieme alla difficoltà di molte imprese a riadattarsi al nuovo contesto economico produttivo e a riposizionarsi sul mercato e nella congiuntura economica. Poi c’è il delicato tema dell’automotive. L’agenzia di rating Moody’s ha
analizzato l’impatto del coronavirus sull’intera filiera e stima che la crescita nel settore a livello globale tornerà in positivo solo nel 2021, facendo segnare un +1,5%. L’epidemia partita da Wuhan ha infatti ridotto la domanda e – poiché la Cina è un importante hub per i componenti auto – ha anche interrotto le catene di approvvigionamento nell’industria. Le previsioni di Moody’s sulle vendite globali di auto nel 2020, non solo per effetto del coronavirus ma anche per le nuove norme sulle emissioni, indicano un calo del 2,5% nel 2020, in miglioramento rispetto al calo del 4,6% che era stato registrato nel 2019, ma con peggioramento del declino (-0,9%) previsto in precedenza per il 2020. Questo avrà un impatto anche sul settore della componentistica molto forte in Lombardia e Veneto, di fatto “l’officina” delle auto tedesche e due regioni coinvolte nelle restrizioni e nelle quarantene sanitarie imposte a causa del virus.

Commercio internazionale, a rischio 138 miliardi di euro
Un’altra batosta rischia di abbattersi sull’export, “grazie” alla registrazione di casi di coronavirus in alcune delle province più incisive sull’export nazionale. Secondo alcune stime, le vendite fuori dai confini nazionali delle amministrazioni interessate da casi di Coronavirus (Lodi, Cremona, Pavia, bergamo, Milano, Monza, Sondrio, Padova, venezia, Treviso, Piacenza, Parma, Modena e Rimini) valgono un totale di 138 miliardi di euro a fronte di un volume complessivo di esportazioni pari a 465 miliardi di euro. Il conto si fa salato anche sul versante delle fiere, appuntamenti preziosi sia per l’afflusso di visitatori (vedi sopra) che per il giro d’affari innescato dai vari eventi. La tegola più grave è arrivata forse su Milano, con il rinvio a giugno del Salone del mobile : la vetrina globale dell’arredoc he porta in dote oltre 2mila espositori e 400mila presenze. L’evento si accompagna al cosiddetto «Fuorisalone», il circuito di 1000 e passa eventi distribuit per la città a fianco dell’evento fieristico. I due appuntamenti danno vita, insieme, alla Design week: una sette giorni del design che genera, secondo dati della Camera di Commercio di Milano, un indotto da 350 milioni di euro.

Food e vino in bilico
Parlando di vendite oltreconfine, un’altra vittima rischia di essere il made in Italy nell’agroalimentare. Una stima di Coldiretti su dati Istat ha rilevato un calo dell’11,9% delle esportazioni di prodotti italiani in Cina solo nel gennaio 2020, ribaltando il trend di crescita che aveva raggiunto il suo apice nel 2019: vendite record di 460 milioni di euro, con 140 milioni di euro in arrivo solo dalle esportazioni di vino. Nonostante il suo peso, e le sue prospettive di crescita, la Cina incide in maniera ancora marginale sull’export del marchio italiano.

Solo nel 2018, sempre secondo dati Coldiretti, le esportazioni del cibo italiano erano lievitate fino a un valore di 41,8 miliardi di euro, proiettandosi a un ulteriore balzo del 5% nel 2019. Tra i settori cruciali quello enoico, con le esportazioni di vino italiano attestate dall’Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor a un controvalore di 6,36 miliardi di euro (+2,9 sul 2018) . Coldiretti teme che la psicosi da coronavirus possa innescare speculazioni contro i prodotti italiani, favorendo i plagi stranieri (il cosiddetto italian sounding) a scapito delle esportazioni.

Coldiretti denuncia anche la situazione “a rischio” delle 500 aziende agricole e delle stalle situate all’interno della zona rossa, che contano circa 100mila capi di bestiame che hanno bisogno, ovviamente, di una costante e adeguata assistenza.

Moda, il fashion italiano teme contraccolpi
Durante la Fashion week, la settimana della moda milanese, alcune sfilate si sono svolte con un format abbastanza inusuale: a porte chiuse. La proliferazione del coronavirus sta mettendo sotto pressione anche la filiera della moda italiana, non solo per l’edizione in tono minore del suo evento clou. Il sistema della moda italiana valeva, nel 2019, ricavi per oltre 90 miliardi di euro, in rialzo dello 0,8% e sulla spinta dall’export (+6,2%, a 71,5 miliardi). La Camera della moda proiettava perdite pari all’1,8% all’inizio di febbraio 2020, quando la crisi italiana era ancora in fase di incubazione. Un mese dopo, la conta dei danni rischia di essere più dolorosa.